IN MEMORIAM: PETER ABRAHAMS 1919-2017 (Itala Vivan)

IN MEMORIAM  : PETER ABRAHAMS 1919-2017

 

Peter Abrahams,  scrittore dell’Atlantico Nero, da Johannesburg alla Giamaica

Lo scrittore sudafricano Peter Abrahams — morto il 18 gennaio scorso in Giamaica all’età di quasi 98 anni  — è stato una figura di rilievo nella storia culturale non solo del suo paese d’origine, ma dell’intero mondo dell’Atlantico Nero. Figlio del cupo razzismo sudafricano ma risvegliato dal pensiero liberatorio di W.E.B DuBois e Marcus Garvey e dal canto della Harlem Renaissance americana, Abrahams ha saputo scuotersi dai ceppi di una intollerabile condizione di subalternità e discriminazione per diventare un intellettuale di statura internazionale, fine e ardito, e uno scrittore di eccellente qualità che ha ripreso le fila del discorso black sia africano che americano traendone una narrativa originale e potente, innovativa ma allo stesso tempo immersa nella temperie del suo tempo.

Suo padre era un immigrato etiope che lavorava nelle miniere d’oro del Rand, la madre una meticcia che faceva la lavandaia. La famiglia abitava a Vrededorp, sobborgo misto di Johannesburg, dove Peter nasce nel 1919. Il Sudafrica è uscito da poco dalla terribile guerra angloboera, ma i boeri stanno già rimontando la china della disfatta e tessendo la rinascita che li porterà all’egemonia politica del paese e culminerà, a partire dal 1948, nel regime dell’apartheid.

L’infanzia di Peter è segnata da povertà e sventura, sia nel ghetto urbano sia, dopo la morte precoce del padre, in un villaggio sperduto nel veld. Cresce senza scuola, facendo mille lavori, sempre più duri e difficili, sino a che riesce a entrare in un buon istituto e a studiare seriamente. Questi primi anni di vita, sino al momento della partenza dal Sudafrica nel 1939, verranno narrati nel 1954 in Tell Freedom, splendido esempio di romanzo di formazione e, allo stesso tempo,  luminosa autobiografia politica. Il libro è stato tradotto in italiano nel 1987 con il titolo Dire libertà e ha inaugurato la collana “Il lato dell’ombra” delle Edizioni Lavoro di Roma, diretta da Itala Vivan e dedicata alla letteratura africana e caraibica.

Dire libertà è una storia squisitamente e brutalmente sudafricana, e tuttavia rivela una sottile fratellanza con due opere fondamentali della letteratura nera americana, Ragazzo negro di Richard Wright del 1940  e Uomo invisibile di Ralph Ellison del 1947, entrambe imperniate sulla condizione del nero in società egemonizzate dal razzismo bianco. Abrahams aveva scoperto il mondo culturale dei neri d’America frequentando il Bantu Men’s Social Centre di Johannesburg dove, oltre a leggere la celebre rivista ricana The New Negro diretta da Alain Locke e ascoltare la voce di Paul Robeson, aveva esplorato la produzione letteraria della Harlem Renaissance.

Nel 1939, a vent’anni,  Abrahams decide di lasciare il Sudafrica con un permesso di sola uscita, per imbarcarsi come marinaio al porto di Durban. La seconda guerra mondiale scoppia proprio quell’anno, e lui non ritornerà in patria che nel 1952, per un breve periodo di lavoro commissionato dall’Observer di Londra. L’approdo naturale di Abrahams, infatti, è la capitale britannica, ove la sua residenza diviene stabile, benché intervallata da viaggi, ed è caratterizzata da un’intensa attività politica e culturale. Già nell’ultima fase della vita sudafricana Abrahams si era avvicinato a gruppi di ispirazione marxista e aveva frequentato ambienti comunisti; in Inghilterra, dove ben presto entra nel giornalismo, collabora regolarmente con il foglio comunista Daily Worker. Incontra e frequenta i maggiori rappresentanti dei movimenti anticoloniali africani e caraibici, come Jomo Kenyatta e George Padmore, ed è soprattutto vicino a Kwame Nkrumah, il quale si prepara a guidare, nel 1957, il primo governo indipendente del Ghana. Il pensiero dei movimenti di liberazione e il panafricanismo sono al centro delle sue riflessioni e informano il dibattito politico e intellettuale degli ambienti in cui si immerge. Nel 1946 sarà proprio Peter Abrahams a organizzare la’import<nte Pan-African Conference di Manchester. Si allontanerà gradatamente dal comunismo, in parte perché stanco delle continue divisioni che vede aprirsi nei partiti comunisti, e delle loro faide interne, in parte perché attirato da altre filosofie e scelte di vita. Il sogno panafricano che tanto fortemente ispira gli intellettuali di quegli anni impallidisce pian piano alla luce delle esperienze politiche, che in Abrahams finiranno per ingenerare un certo pessimismo.

La sua attività principale, tuttavia, diventa quella della scrittura creativa, che praticherà in modo continuativo producendo nel tempo una lunga serie di opere importanti, alcune delle quali diventano best sellers internazionali e rimangono tuttora pietre miliari della storia letteraria.

Appena sbarcato a Londra già comincia a pubblicare. Nel 1940  esce A Black Man Speaks of Freedom (Un nero parla di libertà)raccolta di poesie già uscite su periodici sudafricani,  soprattutto nel Bantu World di Johannesburg — e nel 1942 i racconti di Dark Testament (Testamento scuro). Il primo romanzo, Song of the City (Canzone della città), compare nel 1945, seguito nel 1946 da quello che viene generalmente considerato il suo capolavoro, Mine Boy (Ragazzo di miniera). Sono quelli gli anni di guerra, che Abrahams trascorre nella capitale britannica pesantemente bombardata, dove vive in pianta stabile insieme alla moglie Daphne con la quale avrà tre figli e che gli sarà accanto sino alla vecchiaia.

Questi tre libri sono ambientati in Sudafrica e creano un genere interamente nuovo, mettendo in scena l’ambiente del ghetto urbano nero e parlando in una lingua inedita e convincente —  un inglese standard ma semplificato che riproduce la struttura della parlata dei neri e si apre democraticamente ai lettori anche meno scolarizzati. I personaggi sono realistici e insieme eroici, e incarnano una tipicità sociale in cui si cala l’approccio marxista alla rappresentazione narrativa; allo stesso tempo, però, sanno evocare e sintetizzare la vita delle township, le dure condizioni di subalternità delle classi oppresse, e la necessità della lotta e della resistenza sotto il segno di una solidarietà umana profonda. In Sudafrica non era mai stato scritto nulla di simile, e nulla di simile era venuto né dall’America nera né da altre parti del mondo coloniale inglese. Forse solo una certa narrativa indiana si avvicina all’invenzione di Abrahams, se si pensa a Intoccabile di Mulk Raj Anand, che è del 1935 – ma il tono e anche lo scopo di Abrahams ne sono lontani.

Abrahams narra infatti la discriminazione all’interno della ricca cultura africana del ghetto urbano che proprio in quegli anni fioriva in forme sempre più vivaci e autonome, e che nel giro di pochi anni si sarebbe espressa nella rivista Drum. Con gli intellettuali neri di Drum  Abrahams stabilisce un forte legame e una corrispondenza di idee e propositi. Henry Nxumalo, giornalista anziano e redattore capo della rivista, tiene i contatti e crea iniziative comuni. E inoltre nel 1951 cura la pubblicazione a puntate, su Drum, di Wild Conquest (Conquista selvaggia, 1950), il primo romanzo storico di Abrahams, ambientato ai tempi del Grande Trek, cioè della marcia a nordest intrapresa a metà Ottocento dai coloni boeri per cercare terre vergini dove stabilirsi sfuggendo al dominio coloniale britannico che si era assicurato l’area del Capo. Qui lo scrittore ripercorre lo scontro dei boeri con gli zulu, celebrando le vicende del (relativamente) lontano passato che avevano visto l’incontro fra conquistatori europei e popoli africani indigeni. Altrettanto avevano fatto prima di lui Thomas Mofolo in Chaka,  del 1925, e Sol Plaatje in Mhudi, del 1930, all’alba della letteratura scritta da africani. Va detto, comunque, che se da un lato Abrahams si riallaccia al romanzo storico antecedente, egli stesso diventerà un maestro per la stagione della prima grande narrativa sudafricana ambientata nel ghetto urbano, come ben presto testimoniano Es’kia Mphahlele con Down Second Avenue (1959) e Alex La Guma con A Walk in the Night (1962).

Ancor prima di Wild Conquest, Abrahams aveva pubblicato Path of Thunder (Sentiero di tuono); dopo il già citato Tell Freedom del 1954, commenta nel 1953 in Return to Egoli il suo breve ritorno a Johannesburg: ‘Egoli’ è infatti il nome africano di Johannesburg, e significa ‘città dell’oro’.

Nel 1956, con A Wreath for Udomo (Una ghirlanda per Udomo), prova un nuovo genere, il romanzo storico contemporaneo. Ambientato in Africa e basato su personaggi storici reali (fra cui lo stesso Nkrumah, raffigurato nel protagonista Udomo che perisce in un attentato), il libro rivela le preoccupazioni del suo autore alla vigilia delle indipendenze africane che si avviano appunto in Ghana nel 1957, e tradisce il pessimismo che si sta impadronendo di lui. Il 1956 è critico anche per altri motivi, e accentua il distacco di Abrahams dalle simpatie comuniste:  è infatti l’anno della repressione armata dell’Ungheria da parte dell’URSS.

In quel periodo Abrahams si reca in Giamaica per un reportage — che frutterà, nel 1957, il libro Jamaica, an Island Mosaic (Giamaica, un’isola mosaico) – e se ne innamora al punto da decidere di trasferirvisi con la famiglia. Così ha inizio la terza, ed ultima, fase della sua vita, quella caraibica. Peter e sua moglie Daphne eleggono a propria dimora un luogo isolato e lontano dalla capitale Kingston, in mezzo a colline boscose e di difficile accesso. La località si chiama Coyaba, ed è una di quelle aree impervie in cui un tempo si rifugiavano gli schiavi fuggiaschi, i maroons, per creare comunità autonome lontano dalle piantagioni. Qui Peter e Daphne si costruiscono una grande casa solitaria dove ricevono soltanto pochi eletti amici.

Abrahams, però, continua la sua intensa attività professionale. Scrive per Public Opinion, Holiday e West Indian Economist (quet’ultimo da lui diretto) e segue da presso la politica isolana, tanto da diventarne ben presto un attento commentatore. Le sue trasmissioni giornaliere alla radio nella rubrica West Indian News lo rendono celebre e molto ascoltato. Non pubblica quasi più narrativa, e i suoi interessi filosofici si rivolgono piuttosto all’estremo Oriente; però tiene sempre aperti gli occhi sulla vita giamaicana, e dal suo osservatorio politico usciranno This Island Now (Quest’isola ora) nel 1966 e The View from from Coyaba (La veduta da Coyaba) nel 1985. L’ultimo libro, The Coyaba Chronicles (Cronache da Coyaba),  del 2000, è un commento alla sua lunga esistenza piena di avventure.

Così, nella grande isola tropicale colma di musica e segnata dalle indelebili cicatrici della schiavitù transatlantica, Peter Abrahams conclude il proprio percorso di scrittore dell’Atlantico Nero, come lo avrebbe definito anni dopo il critico caraibico Paul Gilroy.

 

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